faccio musica. canto,
scrivo e suono il pianoforte. da sempre. ho fatto concerti su bei palchi,
tournè e dischi di cui sono fiera. sono contornata da musicisti bravissimi. non
è che non so fare nient’altro, è che la musica mi salva costantemente.
dall’alcol e da tutto il resto. amo il soul, il blues, il jazz, insomma la
musica afroamericana. e me ne scuso da subito.
ore 10.00. squilla il telefono:
è alessandro, conosciuto tempo fa, gestiva un locale e gli piaceva il soul.
mesi fa mi venne ad ascoltare in un locale, presentavo un repertorio a cui
avevo dato il titolo “tra il bianco e il nero”,
a sua detta “fantastico”. dopo complimenti ed entusiasmi mi chiede se
sono libera per suonare in un posto sul mare con cui collabora abitualmente, a
fregene, dove richiedono musica dal vivo. offrono cena e 200 euro. si sono
libera, vengo in duo con un chitarrista. va bene. ah, un’altra cosa, dovreste
entrambi vestirvi completamente di bianco. ok! io e alberto, valido chitarrista
pugliese di reputazione certa (alberto p.), ci incolliamo
chitarra-amplificatore-piano-asta-microfono-vestiti bianchi e partiamo verso il
levante.
il posto è veramente un sogno: stabilimento elegantissimo sul mare,
piscina a filo pavimento, poltrone e divani bianchi, tavoli apparecchiati con
gusto e calici di cristalli, tende bianche, palco piccolo ma carino (e
anch’esso tutto bianco), un tramonto toglifiato sullo sfondo. perfetto per il
mio stile. pensavo. ci accoglie ulisse. e’ il nostro referente della serata, il
sostituto della persona che mi ha ingaggiato, è simpatico, sorridente,
ventenne. ci dà una mano con gli strumenti ma ci lascia carta bianca sul sound
check perché non è pratico. ci sono solo due piccole casse che amplificano il
suono verso l’enorme sala ristorante, nessuna spia per noi purtroppo, ma già so
che i volumi dovranno essere contenuti e quindi non mi preoccupo più di tanto. finito
il sound check sono di nuovo un bagno di sudore.
ho solo voglia di darmi una
rinfrescata, di mettermi i miei elegantissimi panni bianchi e di trasformarmi
perciò da “la ragazza che canta” alla “cantante”. ah dimenticavo, e di un
bicchiere di vino bianco. ghiacciato.
chiedo il camerino o un bagno per
cambiarmi e truccarmi e ci mandano, sempre scortati dal solerte ulisse, in una
cabina comune, con doccia, pavimento bagnato dalle precedenti docce, niente
sapone, niente asciugamani. ma che fa, faccio musica, soffio note, racconto la
mia storia con la mia voce! mi sfilo ciavatte jeans e canotta, esco da quella
cabina che in confronto ava gardner era una coatta. ho scarpe alte da donna,
gonna di lino bianco di mia zia finissima e camicetta di seta bianca. non si
può certo immaginare che io non sia almeno una principessa. ulisse ci fa strada
verso il tavolo a noi destinato e io spero sia uno di quelli sulla spiaggia. ci
fa entrare invece da una porta dietro la cucina, passiamo attraverso un
disimpegno pieno di buche e ci porta in un’altra stanza ancora: roba per terra
semirotta, tre quattro tavoli di plastica vecchi e sporchi, puzza di
immondizia. ???? ecco possiamo mangiare qui. scusa? si, mi dispiace, fa ulisse,
ma non vogliono che si vada di là….. “???!!! il mio amico chitarrista storce un po’ il naso e
di certo io non faccio nulla per raddrizzarglielo, infatti anch’io mi sento a
disagio e non tarderò a dirlo. intanto ulisse fa tutto, si scusa, sorride, ci
serve lui stesso i nostri scrausi piatti, però mancano ancora le posate e da
bere. facciamo chiamare la cameriera e le chiediamo del vino. perplessa ci
confessa: devo chiedere di là.
anche noi siamo perplessi perché sapete il vino,
come il sorriso, non si dovrebbe mai negare a nessuno. chiariamo che comunque
se è un problema, il vino lo paghiamo a parte. mossi a pietà ci portano due
bicchieri di vino. mettiamo a posto gli spartiti e facciamo la scaletta: prima
parte un po’ più soft perché le persone stanno cenando e dopo un po’ di soul.
bene. arrivano due miei amici autorizzati (beati loro!) a cenare nella sala
ristorante con le altre persone. ci vediamo dopo! ok. tra dieci minuti
cominciate. perfetto! non c’è luce sul palco e io non riesco a leggere gli
spartiti, ma fortunatamente c’è un gentilissimo cameriere che mi porta una
lampada da terra che risolve il problema. un centinaio di persone eleganti
cenano e parlano tra loro.
hanno vista stupenda, pesce e ora finalmente, buona
musica.
mi presento e comincio a cantare i più bei brani della tradizione jazz
“you go to my head….lady da…….don’t go away mad…..per te grandissima ella…..gee
baby…faccio persino un solo di cazoo…..e anche se la gente è parecchio
disattenta questo ancora non mi scoraggia. ulisse un paio di volte va al mixer
e abbassa il volume del mio microfono già molto molto basso. ci sono due tre
uomini sempre in piedi che deduco siano
i proprietari anche se non mi sono stati presentati. uno di loro ad un certo
punto rigira bruscamente una delle due casse (che servivano a noi anche da
spia) verso l’esterno, spostandola (con fare scocciato) dalla zona dove le
persone sono sedute. ??. non mi piace ma vado avanti e cerco concentrazione tra
gli accordi di ellington. mi siedo al pianoforte e dopo la parentesi jazz, sono
pronta per il blues. attacco il pezzo storico della regina aretha franklin
“never loved a man”. sono sempre emozionata quando lo faccio. ulisse si
avvicina e ci dice qualcosa (che non sentiamo) mentre suoniamo e va per
abbassare ancora il mio microfono che ormai, al livello a cui si trova di volume,
ha perso la sua originaria funzione: amplificare il suono. comincia ad essere
tutto veramente un po’ strano e a mio modo provo ad essere spiritosa e
adattarmi alla situazione non proprio felice. scanso del tutto il microfono dal
mio viso. “ora faremo un po’ di blues e sentirete come veniva cantato in
origine”, senza microfono.” robert johnson si impossessa di me. non posso più
farci nulla.
e’ il blues. esce la mia voce libera e piena, non m’importa se mi
si sente troppo o troppo poco, non importa più nulla. mentre suoniamo ispirati
e coinvolgenti arriva ulisse con il braccio teso (che vorrà mai ancora?!), mi
passa il suo cellulare dicendo che “barbara” mi deve parlare. spero di aver
vinto 10.000 euro al grattaevinci ma invece barbara è l’assistente del tipo che
mi ha ingaggiato. con voce tremante e sgraziata mi dice “senti …scusa…il
proprietario del locale si è lamentato, potreste fare un altro ….repertorio?”.
ora è un po’ troppo. ripasso il cellulare ad ulisse già pallido come un cencio,
mi giro verso il mio chitarrista alberto e fermiamo tutto. stacchiamo i cavi,
dò un ultimo sorso al mio sudatissimo bicchiere di vino e riprendo il microfono
(accertandomi che il volume sia di nuovo alto). saluto il pubblico, ricordo i
nostri nomi e aggiungo “mi spiace che il proprietario del locale, che non ho
avuto il piacere di conoscere, si sia lamentato del nostro repertorio,
purtroppo dobbiamo andare via perché non graditi ma ringrazio le persone che ci
stavano ascoltando. ah, e questo è il mio disco per chi fosse interessato”.
ulisse disperato comincia a pregarci di calmarci e poi sparisce col suo
telefonino nel buio della spiaggia sotto un cielo stellato, ogni tanto
ricompare ed è in singhiozzi. domani va all’anagrafe e cambia il suo nome in
“mario”. carichiamo gli strumenti in macchina e poi mi dirigo verso quel che
resta del povero ulisse.
la voce è poco ferma ma la mente non traballa. quello
che voglio è solo andare via, si, ma non
prima di aver riscosso il dovuto. gli chiedo il nostro chachet e lui alzando le
braccia dice che non è autorizzato a pagarci. hmmm….non sta dicendo sul serio. Q”posso parlare con il proprietario?
“er proprietario sono io” una voce cupa in basso a sinistra. “mi scusi lei …è?”
“non importa chi so io.” “salve, io ho bisogno di avere il nostro cachet e poi
possiamo andare” “te lo do io er cachet, ma pel mal de testa”- mi sale un
pochino di rabbia ma non scordo il mio intento: prendi i soldi e scappa.
insisto “senta non complichiamo le cose…” “chittaddetto de interrompe la
serata? tu pemmè non hai fatto il tuo lavoro”. “io stavo facendo il mio lavoro
e mi è stato detto che non andava bene…la prego, non mi costringa a gesti
estremi”. il tizio continua a guardare lo schermo del suo telefonino e aggiunge
“c’hai presente il cancello dove sei passata prima co la pianola? beh,
riprendilo, vah!”. mi vedo costretta al gesto estremo, uff lo sapevo. chiedo a
chiara di tenermi un momento la borsa.
ho deciso: MI SPOGLIO. per protesta. è
tanto che lo minaccio ma non speravo funzionasse così tanto. vado verso il
centro della sala piena di gente ben vestita e ancora seduti ai tavoli, mi
comincio a spogliare. mentre mi spoglio dico ad alta voce (e senza microfono)
“il proprietario del locale non ci vuole pagare i 200 euro che ci spettano. è
una vergogna e un’ingiustizia.” VIA LE SCARPE. “siamo arcistufi di essere
trattati peggio degli animali!”. VIA LA CAMICETTA.. un cameriere cerca di
afferrarmi e i due proprietari arrivano da destra. scappo come un uccellino
spaventato e mi vado a mettere sul muretto che separa dalla piscina. in piedi,
mentre smanetto con il bottone della gonna dico “voglio solo il cachet pattuito
perché paghiamo le bollette come tutti voi!” VIA LA GONNA. urlo ancora in
mutande e reggiseno “e io sono di buona famiglia!”. mentre mi slaccio il
reggiseno arrivano una serie di energumeni da tutti i lati; sembra un film
porno ma invece credo mi vogliano menare. mi afferrano un polso. “mi lasci
immediatamente il polso o finirà nei guai in pochi minuti!” “voglio solo i miei
soldi” mi siedo al centro della sala seminuda con le mani sulla fibbietta del
reggiseno. in quella sala, non c’è mai stato così tanto silenzio e attenzione
nemmeno quando è venuto a suonarci eric clapton. “viè dentro che ti do i soldi”
“NO. io i soldi li voglio qui e subito altrimenti SLACCIO!”. uno dei
proprietari prende alla svelta un rotolino di un po’ cinquantaeuro e me lo
mette in mano. qualcuno dice “è matta”, qualcuno commenta a bassa voce,
qualcuno applaude. nessuno interviene. mi rivesto ma ci vogliono ancora
trattenere, fingono di chiamare loro i carabinieri non ricordandosi che la loro
posizione (non pagano la siae, non pagano i musicisti, mettono le mani addosso
alla cantante) di certo non è favorevole. i miei amici mi stanno intorno e mi
sostengono. ritorno verso la sala ristorante e urlo “mi vogliono trattenere.
c’è un avvocato in sala??”. silenzio. mi tremano le gambe. ci dirigiamo verso
le macchine seguiti dai tre loschi individui biancovestiti. continuano gli
insulti da parte dei biancovestiti, insulti che non riferisco perché dopo tutto
io, anche in mutande, sono una signora. la mia amica finisce in singhiozzi. il
suo accompagnatore per poco non fa a botte.
mi chiedo per quanto
ancora regnerà l’ingiustizia, quanti artisti come me fanno la fame e praticano
l’astemia forzata, mi chiedo dove finiranno mai tutti gli artisti fantastici
che giornalmente vengono massacrati dall’ignoranza e soprattutto, mi chiedo,
quando sono i prossimi provini per x factor. dicono che a me non mi ferma
niente e nessuno. bella cazzata. mi ferma l’ignoranza, la sciatteria d’animo,
la stupidità, il disinteresse.
volevamo solo soffiare
note sulle vite polverose delle persone.
la piccolezza
dell’animo umano ha ancora una volta coperto il cielo come una nube oscura.
il lato ironico della
serata: che botta alla mia femminilità!
hei l’italia è un paese di donne che si
spogliano e di uomini che pagano per questo. io alla fine sono stata pagata si,
ma non come compenso per il mio lavoro, bensì per evitare che mi spogliassi.
non sarò più la stessa. ma manco loro.
ps.
personaggi e fatti
sopra citati sono aimè del tutto veritieri e non frutto della fantasia
dell’autore.
(roma 15.7.2012)